Evadere dalle grigie città per vivere in mezzo ai boschi

Adattarsi alla società così com’è significa ratificare la nevrosi di cui è portatrice. Da quando sono diventato un individuo ‘senziente’, ovvero all’età di 23 anni, ho constatato che quello che vivevo non facesse poi tanto parte di me e ho iniziato a muovere i primi passi per distaccarmi da tutto ciò che ritenevo superfluo ed estraneo. Ho, così, tanto per fare qualche esempio, rinunciato al lavoro d’ufficio e ad una carriera a cui chissà perché mi sentivo proiettato, al contratto a tempo indeterminato e allo stipendio puntuale a fine mese. Ho realizzato che aumentare i consumi, cambiare automobile o cellulare, sfruttare le risorse non rinnovabili non rappresentassero la ricetta per stare bene. Nel contempo, ho modificato la mia dieta in favore dell’alimentazione vegetariana; ho cambiato dimora tante volte, viaggiato, sbagliato, imparato.

Vuoi la ‘coincidenza’, vuoi la ‘fortuna’, ho incontrato nel mio cammino lo Yoga e, da quel momento, dieci anni or sono, non l’ho più abbandonato. Ho, in altre parole, gettato le basi per affrontare la mia ricerca spirituale e per scoprire la mia verità, tentando di superare quei dogmi e quelle certezze imposte dalla società e dall’ambiente circostante. Nel ricercare il mio centro di gravità permanente, ho dovuto, come tutti, combattere su due fronti: quello personale, a causa della paura al cambiamento, degli inevitabili sbagli e degli innumerevoli ‘innamoramenti’ e ‘cambi di rotta’; quello sociale, a causa della paura degli altri, che questo cambiamento non lo vogliono affatto o non lo vogliono accettare e della continua lotta (o sacrosanta necessità) per ricevere anche un pur minimo riconoscimento sociale.

Arrivando alla storia del mio ‘oggi’ (e al titolo del post), la consacrazione attuale (o forse meglio dire il mio cuore) mi ha condotto alla scelta di vivere in un ambiente rurale, ovvero… in mezzo ai boschi. La città – per parafrasare un passaggio de Il Gesto dell’ombrello di Mario Gala – tra miseria crescente, emarginazione sociale, rapporti sociali tanto maleducati quanto violenti, perdita di diritti e libertà, non hai mai rappresentato per me il luogo dove poter sperare di vivere una vita degna; al contrario, fatta eccezione di qualche esempio particolarmente virtuoso (che, peraltro, non ho mai avuto la fortuna di sperimentare), i grandi agglomerati urbani sono diventati luoghi in cui si respirano tumori e stress, si mangia l’indecente, si corre a ritmi da centometrista.

Il mio ritorno alla terra non si qualifica solo come “suolo” o “humus”, per – metaforicamente e non – germinare nuovi sogni e coltivare speranze; si tratta anche di un ritorno alla terra d’origine, ovvero ai luoghi in cui sono nato e cresciuto. Un non-luogo del Basso Piemonte, tanto vituperato quanto colmo di bellezze, in cui tornare ad essere attore della mia vita e non più comparsa. Tutti hanno il diritto di vivere una vita radiosa, ecologica, sostenibile, appagante. Che sia in collina, montagna o mare fa davvero poca differenza. La campagna è il mio contesto, tutto qui. Avete il dovere di provarci anche voi.

 

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