Un mare di plastica

Mentre ci apprestiamo ad affrontare un nuovo referendum (fondamentale nella sua assurdità di “disfare” invece di creare nuove e migliori condizioni, osteggiato a tal punto dal governo – che, se ben ricordo, nessuno ha votato – da non accorparlo alle altre elezioni amministrative e quindi costato 300 milioni di euro in più!) vi regalo un nuovo motivo per entrare in depressione: secondo un nuovo e scioccante studio (elaborato dal World Economic Forum e dalla Ellen MacArthur Foundation), siamo “sulla buona strada per avere più plastica che pesce, in peso, negli oceani di tutto il mondo” entro il 2050.

Vi chiedo scusa, negli ultimi anni mi sono detto di stare alla larga da queste considerazioni catastrofiste. Ma in questo caso vorrei condividere il mio (e spero anche vostro) disgusto. La notizia mi fa riflettere per una serie di motivi: non solo perché la plastica è un pugno in un occhio a vedersi galleggiare in acqua; non solo perché ha un profondo impatto sull’ecosistema che va ben al di là della quantità (e qualità) di pesce e mammiferi acquatici compromessi (che ingeriscono pensando che i brandelli di plastica siano cibo); ma soprattutto perché riporta l’attenzione sulla nostra dipendenza nei confronti di questa roba e di quanto sia difficile “farne a meno”.

Il fatto che la metà dei rifiuti di plastica degli oceani provenga da cinque paesi (Cina, Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam) non so voi, ma non mi solleva dalla questione: in primo luogo perché la loro spazzatura spesso proviene dai nostri usi e consumi; in secondo luogo perché il loro disagio non può che essere anche il nostro. Ma le avete mai viste le immagini delle persone che frugano e recuperano pezzi dalla spazzatura, senza alcuna sicurezza sulla tossicità dei rifiuti?

Ma più di tutto è necessario proporre delle soluzioni affinché sia prolungato il ciclo di vita dei materiali di plastica in modo che non diventino semplicemente rifiuti monouso. E, quindi, il comportamento del consumatore diventa chiave nell’ottica di cambiare le suddette previsioni: riciclare; fare la spesa con le borse di stoffa; acquistare lo sfuso; evitare la plastica nell’abbigliamento e la cosmesi; autoprodurre; riutilizzare barattoli o confezioni richiudibili per la conservazione dei cibi.

Ma concedetemi di spostare la riflessione sul fatto che la plastica non può essere etichettata come “nemico” in senso univoco. Nessuno di noi può negare gli effetti positivi che essa ha avuto sulle nostre vite.

Ed infatti, provate a pensare alle attrezzature di un ospedale o di una clinica. Tutto è di plastica! E noi siamo – quasi tutti – nati in un ospedale (e probabilmente ci moriremo anche). Ma io mi chiedo: qualcuno si è mai chiesto come verrà smaltito tutto ciò? Perché purtroppo la maggior parte non viene riciclata (lo stesso studio a cui mi riferisco svela che solo il 14 per cento della plastica viene riciclata, mentre il 70 per cento finisce nelle discariche o, appunto, in mare).

D’altra parte, io stesso sto scrivendo su un laptop in gran parte costituito di plastica, su una scrivania che immagino sia anch’essa rivestita dello stesso materiale, muovendo un mouse di… plastica! Aiuto! Il punto è che la maggior parte di noi non può astenersi tutto a un tratto della plastica, anche volendo. Se alcuni di noi ci riescono bravi loro, perlomeno ciò non accade per il resto della popolazione mondiale. Ci vuole educazione ed informazione. Maestri, scuole, … dove siete?

Mentre possiamo e dobbiamo esigere di più dalla nostra attitudine al riciclo della plastica, abbiamo anche bisogno di una legislazione che supporti questa green wave e tecnologie alternative a quelle che impiegano materiali inquinanti: in particolare, quelli migliori per il pianeta, sono per esempio biodegradabili; materiali in grado di ridurre il rischio di far diventare i nostri oceani delle discariche galleggianti.

Buon mare e buone nuotate a tutti.

 


A sea of plastic

Here is a new reason to be depressed: according to a new and shocking study issued by the World Economic Forum and the Ellen MacArthur Foundation, we are “on the way to having more plastic than fish by weight in the oceans around the world” by 2050.

I apologize, in the last few years I told myself to stay away from these catastrophic considerations. But, in this case I would like to share my (and hopefully your) disgust. This study concerns me for a number of reasons: not only because plastic is unpleasant to see floating in the ocean; not only because it has a profound impact on the ecosystem that goes far beyond the number of fish and aquatic mammals and their health (some eat plastic shreads thinking it is food); but mainly because it highlights our dependence on plastic.

Even though half of the ocean’s plastic waste comes from five countries (China, Indonesia, Philippines, Thailand and Vietnam), the west must be concerned too. First, the garbage in these countries often comes from western habits and consumption patterns. Second, the distress of our fellow men and woman must be ours as well. And finally, have you ever seen pictures of people searching and retrieving items from the garbage without any protection from the toxicity?

Solutions must be proposed to extend the life cycle of plastic materials so that they can become something other than disposable waste. Also, the consumer’s behavior is vital to changing such negative forecasts. The following steps can be taken: recycling; shopping with reusable bags; buying bulk food; avoiding plastic in clothing and cosmetics; creating home-made products; and using jars or resealable packages.

However, plastic cannot be an absoute enemy. None of us can deny the positive effects plastic has had on our lives. Think about hospital equipment! Everything is made of plastic! And, almost all of us are born in a hospital (and we will probably die there too). But, I ask myself – where will all of this end up? Unfortunately, most plastic is not recycled. The above referenced study reveals that only 14% of plastic is recycled, while 70% ends up in landfills or in the oceans.

On the other hand, I am writing on a laptop made of plastic, on a desk that is also coated in plastic, moving a mouse made of… plastic! Help me! The point is that most of us cannot avoid using plastic, even if we really want to. The truth is that few people can do that, but the rest of the world population cannot. We need education and information. Teachers, schools… where are you?

While we must cultivate a global entusiasm for plastic recycling, we also need legislation that supports this “green wave” along with alternative, green technologies that have a low impact on the planet by producing biodegradable materials. Technologies that can reduce the risk of turning our oceans into floating landfills.

Enjoy the beach and have a good swim

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